Sopravvivenza e predizioni : come il cervello gestisce il movimento umano

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Sopravvivenza e predizioni : come il cervello gestisce il movimento umano

In un articolo che ho scritto precedentemente (vd VOR, riflesso vestibulo oculare) ho sottolineato come il primo motivo di esistenza del cervello è la nostra sopravvivenza. Ho promesso che negli articoli successivi avrei ribadito questo concetto in maniera ossessiva poiché lo reputo centrale per la comprensione del nostro lavoro. Iniziamo a mantenere questa promessa, anzi, ancora meglio a spiegarvi con dovizia questo assunto. Partiamo allora immaginando una situazione in cui il cervello reputi l’esistenza di un pericolo di sorta. In questo caso cosa genererà il nostro SNC per diminuire la possibilità che il pericolo valutato crei un reale danno? La risposta è: MOVIMENTO. Il movimento è il secondo motivo per cui noi esseri viventi abbiamo un cervello. Ad ogni minaccia rilevata, la risposta è di tipo motorio. Ovviamente non dobbiamo pensare al “movimento” necessariamente come spostarsi dal punto A al punto B, ma includere in questa definizione anche tutti quei movimenti di magnitudine meno rilevante e che spesso sono interni al nostro corpo. Il movimento, quindi, è la naturale conseguenza ad uno stimolo (esterno o interno) che porta l’essere vivente un passo più avanti nel rimanere…vivente. Ci manca del cibo? ci muoviamo per procacciarcelo. Abbiamo una sensazione di pericolo? attuiamo una strategia istintiva di attacco/fuga, ma per farlo dobbiamo muoverci. Ci frana un sasso sotto i piedi? Vi è una risposta immediata di movimento per evitare di cadere, cosa che potrebbe portare a conclusioni pericolose per la sopravvivenza…. ecc….

La sintesi è che il nostro cervello non usa la nostra capacità motoria con fini agonistici, edonistici o ludici, ma la usa per portare a casa la pelle. Al nostro cervello non interessa se la potenza che state chiedendo di erogare ai vostri muscoli vi aiuterà a vincere la medaglia d’oro, ma in compenso è molto interessato ad evitare che rimaniate sotto il bilanciere. Per ottenere questo risultato attua delle “predizioni”, cioè combina i dati che recepisce dal mondo esterno ed interno, li elabora e crea la risposta motoria più adatta a prevenire ciò che egli sta predicendo che accadrà. Faccio un esempio per semplificarvi il concetto: stiamo attraversando la strada, dal fondo della via una macchina sopraggiunge d’improvviso a gran velocità, in realtà noi non sappiamo se, attraversando, la macchina ci metterà sotto o meno, infatti potrebbero accadere molte cose: può frenare, cambiare strada, possiamo essere in grado di raggiungere l’altro marciapiede prima che sia qui…e altro. Il nostro cervello analizza tutto questo e come risposta ci suggerisce qual è il comportamento migliore da ottenere in funzione del suo grado di “predizione”. In ogni caso ci sarà una risposta motoria. Se il nostro cervello ha un idea molto chiara dello spazio in cui siamo immersi, se si sente sicuro delle azioni che può far compiere al nostro corpo, allora la risposta motoria sarà più prestante. Ritorniamo all’esempio di prima: se io non ho la certezza che il terreno che mi divide dall’altro marciapiede è ben solido e robusto, ma ho un dubbio sul fatto che potrò scivolare (bagnato ad esempio) o che potrò inciampare allora il mio cervello diminuirà automaticamente la forza che io posso scaricare a terra con i miei piedi, per diminuire la possibilità di farmi scivolare, mentre attuerà d’istinto tutti quei sistemi di stabilizzazione che potrebbero essere utili nel caso di perdita di equilibrio. Ovviamente mi lancerò con meno impeto e i primissimi passi saranno meno rapidi.

 

Quest’esempio, in realtà, viene messo in atto in ogni istante della nostra vita, noi non ce ne rendiamo conto ma il nostro SNC gestisce le nostre capacità motorie regolandole in maniera da evitare la “peggior predizione possibile”. Spesso regola la “valvola” di così poco che noi non ce ne accorgiamo, però quel poco può essere sufficiente per farci spostare il bilanciere con qualche chilo in meno oggi, o farci saltare qualche centimetro meno di ieri o spostare il nostro corpo di una frazione di secondo più lento. Tutto questo quando siamo nel nostro work-out, invece, lo vediamo e bene anche. E’ semplicemente successo, in maniera microscopica, quello che ho descritto prima in maniera macroscopica: il cervello si è sentito meno sicuro e attua strategie di contenimento. Faccio un altro esempio: avete mai sentito parlare di riflesso artrocinetico? Nei nostri corsi e nei nostri post ne discutiamo spesso, questo perché è un ottima dimostrazione di questi concetti.

Il riflesso artrocinetico è, in sintesi estrema, la risposta sistemica di diminuzione della forza esprimibile che avviene in seguito alla compressione di una articolazione.

Avviene perché il cervello “predice” che concederti il “turbo” quando un articolazione gli sta comunicando uno stato di compressione potrebbe creare dei danni all’articolazione stessa mettendoci in uno stato di pericolo. Il bello è che il riflesso artrocinetico si attiva anche su compressioni piuttosto modeste, ovviamente per rendercene conto, in quei casi, dobbiamo sottoporre il corpo ad uno stato dove alcuni chili in meno possono essere ben registrabili, ma durante i nostri allenamenti o durate le nostre gare questo accade, vero?! Abbiamo appena banalmente messo in evidenza uno dei vari motivi per cui l’allenamento a piedi nudi o con calzature che non comprimono le dita deve diventare uno standard: le vostre scarpe stanno generando quotidianamente un riflesso artrocinetico e voi non lo sapete, il cervello ha un idea meno chiara delle conseguenze delle vostre azioni perché reputa che la compressione potrebbe portare ad un pericolo se date “troppo gas” e quindi chiude di un po’ la valvola per sicurezza…..e la gara la vince qualcun altro oggi.

Da un punto di vista macroscopico questo concetto è all’ordine del giorno e alla portata di tutti: è ben chiaro a chiunque che se un gesto lo ripeto un milione di volte mi sentirò più sicuro, lo eseguirò meglio e con più efficacia di chi lo ha fatto 3 volte in tutta la sua vita. Questo perché (tra le altre cose) il nostro cervello ha imparato a conoscerlo, a programmarlo, pianificarlo e le predizioni saranno meno infauste perché ormai egli sa quali sono i pericoli a cui va incontro. Quello che invece (purtroppo) sfugge quasi sempre a chi fa attività motoria è che, come dimostra il riflesso artrocinetico, questo accade anche ad un livello di percettibilità inferiore, ed è invece proprio li che andiamo a lavorare con HMO creando quella differenza UNICA. La mobilità articolare, ad esempio, è un ottimo esercizio per aiutarci a riguardo.

La mobilità articolare ci aiuta a sviluppare quelle che vengono definite “mappe virtuali” o “homuncoli”, cioè la rappresentazione all’interno della corteccia somatosensoriale e somatomotoria del nostro corpo.

Homunculus-1

Una conoscenza fine di queste mappe crea un maggior livello di sicurezza nel nostro SNC, perché egli conosce maggiormente il materiale che ha a disposizione (noi) per affrontare un eventuale minaccia, quindi non chiude la valvola del gas e voi avete, in risposta, più motore per il vostro work-out. Stesso vale per gli stimoli a livello visivo e vestibolare. Noi analizziamo il mondo esterno, ci muoviamo e ci orientiamo in esso attraverso una serie di sistemi di cui il propriocettivo, il visivo ed il vestibolare fanno da padroni. Essi ci permettono di attuare il miracolo della predizione, perché ci danno la possibilità di sondare il mondo che ci circonda. Se questi sistemi funzionano al meglio, allora, avremo degli input di miglior qualità che creeranno degli output di miglior qualità perché il cervello avrà un idea più chiara del quadro generale e le sue predizioni saranno più precise lasciando meno spazio allo stato di allerta. In maniera più estesa è esattamente la stessa cosa rappresentata prima con l’esempio della mobilità articolare: sistema visivo maggiormente allenato = minor necessità di chiudere la valvola del gas. In sintesi il nostro cervello diminuisce le inibizioni e noi abbiamo più carte da giocare per vincere la mano.

Se vi chiedevate che cos’è HMO, in uno spazio molto ridotto, spero di avervelo spiegato. Ora vi spettiamo al prossimo workshop per cambiare il modo di farvi approcciare al vostro work-out

 

Ing. Stefano Ninci

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